Fonte: Il Mondo
13/03/1995


Affittasi azienda
Seleziona la paginaSeleziona la pagina

AFFITTARE, o morire. Quando un'azienda viene data in locazione, l'alternativa di solito è la chiusura definitiva dell'attività. Può darsi, in qualche caso, che un ramo d'impresa venga affittato per ragioni strategiche, magari in prospettiva di una vendita, se l'attività svolta appare troppo lontana troppo dal “core business” aziendale. Ma sono casi rari. La moda della locazione aziendale ha altre motivazioni: l'affitto d'impresa, o di un ramo di attività, serve piuttosto a tenere in vita un'azienda in perdita e indebitata, in attesa dell'asta fallimentare. Appuntamento che si conclude, quasi sempre, con l'acquisto dell'impresa affittata. Tra le operazioni in corso negli ultimi mesi figurano, per esempio, i salvataggi del gruppo Tripcovich di Trieste [trasporti e armamenti], di Centromatic [strumenti di lettura ottica] e del quotidiano «L'Indipendente», che Andrea Zanussi vuole cedere in affitto alla Lega nord per 660 milioni di lire all'anno con l'impegno di comprarlo dopo un biennio al prezzo di 6,5 miliardi. Oppure la società Ceramica Vaccari di La Spezia, fallita nel 1993 dopo otto anni di amministrazione controllata e di attese, e infine affittata e acquistata dalla Ceramica ligure controllata per il 40% da Francesco Masinelli. Con la locazione d'impresa [prevista dagli articoli 141s e 2562 del codice civile] si ottengono a prestito gli impianti, il personale (che rimane alle dipendenze dell'azienda locata), le attrezzature e il marchio aziendale. Fuori dal contratto, che in genere non supera i tre anni di durata, restano invece debiti e crediti [e quindi gli oneri finanziari], vera palla al piede dell'impresa presa in affitto. Tutto rimane comunque sotto il controllo del tribunale: la locazione viene infatti concessa dal curatore fallimentare (o dal commissario straordinario nel caso del concordato preventivo) a condizione che il locatario sia in grado di fornire adeguate garanzie finanziarie e gestionali. In più, prima che venga firmato il contratto, il curatore ottiene l'impegno d'acquisto a un prezzo minimo fissato da parte del locatario, al quale contestualmente viene garantito il diritto di prelazione [legge 223 del 1991]. Durante il periodo d'affitto viene pagato un canone che, a seconda dei casi, può essere simbolico o assai oneroso. Di solito si tiene conto dell'ammortamento degli impianti e dell'avviamento. Se, per esempio, l'azienda affittata ha un fatturato di 50 miliardi, immobilizzazioni nette per 10 miliardi [quota di ammortamento di un miliardo] e un valore d'avviamento pari a 2 miliardi, l'affitto annuo sarà di 3 miliardi di lire. Senza dimenticare che, a volte, l'affitto non riguarda l'intera impresa ma solo parte di essa. E’ il caso, per esempio, dell'Ilva laminati piani di Genova che ha preso in locazione gli impianti dell'Ilva laminati e tubi. Il vero scopo dell'affitto d'impresa è mantenere in vita un'attività che altrimenti perderebbe molto del suo valore. Soprattutto in Italia, dove una procedura fallimentare può durare fino a cinque anni. Durante il periodo dell'affitto si fanno nuovi investimenti, ma si provvede alla gestione ordinaria dell'impresa. A guadagnarci sono i creditori, l'azienda fallita e l'impresa che versa il canone [che nel breve termine conquista nuove fette di mercato e nuovi clienti]. Ma non sempre è così :dietro la scelta dell'affitto, si nascondono talvolta interessi meno trasparenti. L'impresa cioè viene affittata, gestita per massimizzare il proprio tornaconto, indebolita e alla fine non acquistata. Con i risultati compiacenti si accordano per rastrellare il fondo delle piccole aziende decotte. Diverso il caso delle imprese di maggior peso, dove non mancano risultati confortanti. Tra gli esempi più significativi di affitti di imprese a esito positivo figura quello dei Maglificio calzificio torinese [Mct], oggi controllato per il 40% da Marco Boglione. Ex manager dellMc, titolare tra l'altro delle società Football sport merchandise e Basic merchandise, Boglione ha contattato il curatore fallimentare di Torino, Enrico Stasi, il 20 gennaio 1994, passati appena sei giorni dal fallimento dell'azienda tessile proprietaria dei marchi Robe dì Kappa e Jesus jeans. «Dopo aver visto le carte, abbiamo accettato le garanzie del tribunale e offerto un prezzo di acquisto di 18 miliardi», precisa Boglione, «che poi è stato fissato a 21 miliardi. In più era prevista una fidejussione, di 7 miliardi che avremmo perso se non avessimo partecipato alla gara del 2 ottobre. Nel frattempo noi ci impegnavamo a pagare un affitto di 200 milioni al mese e a tenere in vita l'azienda». Perché un canone così basso? «Abbiamo rinunciato a incassare 2,5 miliardi di royalty, ci siamo impegnati ad acquistare merci, per 4 miliardi e spendere in pubblicità altri 6,5 miliardi», spiegaBoglione. E le cose sono andate bene. Firmato il 31 marzo 1994 e operativo dal 20 aprile successivo, il contratto di affitto ha permesso all'Mct di sopravvivere e poi di crescere. Nel 1994 il fatturato dell'azienda piemontese è ammontato a 45 miliardi e nel 1995 si prevede addirittura di superare i 60 miliardi. «Per noi l'affitto scaduto il 30 settembre scorso ha portato effetti solo sul conto economico e non sullo stato patrimoniale», aggiunge ancora Boglione. «Ma in queste operazioni il principale interessato è un altro: il tribunale» Una volta terminato l'affitto, è possibile però che nessuno compri l'azienda o che l'acquirente non sia lo stesso che ha versato il canone. Nel caso della Solari Udine [sistemi elettronici e orologi industriali], che ancora nel 1992 fatturava 60 miliardi e nel 1993 appena 18 miliardi con una perdita di 17 miliardi, potrebbe avvenire qualcosa di simile. In amministrazione controllata dopo essere passata di mano dal gruppo Pirelli e dal gruppo Fornara di Guido Accornero, responsabile dei suo tracollo, la Solari Udine è oggi gestita in affitto dalla quasi omonima società Solari di Udine controllata dalla Friulia [finanziaria della Regione Friuli] con il 35%. dall'imprenditore Paolo Marpillero con il 45% e dei manager della vecchia azienda Giorgio Segato, Roberto Fidel e Marco Zoratti con il 20%. All'asta fallimentare prevista entro il mese di febbraio, la cordata che si comprerà la Solari Udine sarà, almeno in parte, un'altra. Trascorsi 18 mesi di affitto [a valore simbolico] e al prezzo di acquisto di circa 20 miliardi, l'azienda verrà comprata da Massimo Paniccia [attuale amministratore delegato e presidente della Solari di Udine che nel 1994 ha fatturato circa 25 miliardi), da alcuni dirigenti interni, dall'Arca merchant, una banca d'investimenti, e dalla Friulia. «Stiamo vivendo un brutto momento», confessa Paniccia, che tra l'altro è titolare delle società di leasing Liseuro di Udine e Società italiana leasing di Genova: «Abbiamo problemi sindacali e con il Comune. Comunque siamo riusciti per adesso a portare la Solari Udine fuori dalle sabbie mobili». Proprio uno degli imprenditori che nel 1993 hanno cercato di salvare la Solari Udine è oggi protagonista di un altro affitto d'impresa. Si tratta di Amilcare Berti, titolare della San Marco Imaging di Pordenone che nel 1994 ha fatturato 52 miliardi: ha appena preso in affitto la Elektron [montaggi elettronici] con sede a Buia, vicino a Udine. Un'impresa che nel 1993 fatturava ancora 50 miliardi, il cui giro d'affari è crollato nel 1994 a 15 miliardi, facendo registrare una perdita di 12 miliardi; situazione che l'ha costretta suo malgrado a chiedere il concordato preventivo. Berti, che per l'occasione ha costituito la società San Marco Elektron, versa un canone mensile di 300 milioni: fornisce nuovi manager. organizzazione e know how, fa lavorare 150 persone e punta a raggiungere il pareggio di bilancio entro due anni. In qualche caso, l'affitto d'impresa può rappresentare la strada più sicura per eliminare un concorrente, incorporandolo. La società Sebaste di Alba [Cuneo], produttrice di torroni e cioccolato con un giro d'affari di 13,5 miliardi di lire, quando il 5 luglio 1993 ha saputo che l'azienda Torrone Piemonte Martino, di Signo d'Alba, era fallita, ha subito contattato il curatore fallimentare di Torino, Enrico Stasi. Dopo pochi giorni, il 28 luglio, ha firmato il contratto d'affitto. La locazione è durata otto mesi, ha previsto un canone di 21 milioni mensili [quattro mesi anticipati] ed è stata gestita dalla società Industrie piemontesi riunite di proprietà della famiglia Sebaste, fino al 22 febbraio 1994, quando la Torrone Piemonte Martino è stata acquistata. «Noi abbiamo offerto 3,2 miliardi, ma poi ne abbiamo pagati cinque», precisa l'amministratore delegato Egle Sebaste; «ci siamo anche impegnati a comprare il magazzino per 500 milioni e ad assumere 15 persone, tra cui i vecchi proprietari Roberto e Luciano Martino. Mentre l'amministratore ora è Riccardo Rossi, mio marito. L'importante per noi è non avere più concorrenti». Il canone d'affitto non di rado ha un valore solo simbolico. La Finmeccanica (Iri), che nel gennaio 1993 ha preso per 12 mesi in locazione dall'Efim le attività industriali delle società Agusta, Omi, Agusta sistemi, Breda meccanica bresciana, Oto Melara, Officine Galileo e Sma, al commissario liquidatore dell'Efim ha versato un canone del valore di una lira. Con l'impegno, fissato al termine dell'affitto, di acquistare le società operanti nel settore della difesa. Cosa che è avvenuta tra il febbraio e il luglio 1994 per quanto riguarda le attività industriali, e il 2 gennaio 1995 per quanto riguarda le società. Anche se il prezzo delle aziende ancora non è stato fissato.


Articolo non firmato

Immagine Bassa Risoluzione 83 Kb
Immagine Media Risoluzione 191 Kb

Manda questo articolo ad un amico
 
   
Il tuo nome:
 
Il tuo indirizzo e-mail:
 
   
L' indirizzo e-mail del tuo amico:
 
Scrivi qui un messaggio per il tuo amico: