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Keep on Kombat – Italia, 2016 (Durata 23'21'')
BasicNet 15/11/2016 
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Siete mai entrati in uno spogliatoio di una grande squadra? È un luogo mitico. E avete mai toccato la divisa di un atleta? Non sono mai semplici maglie. Sono leggende nelle cui trame si annidano gesta e ricordi, visione e determinazione, fatica e spirito di squadra. Ma non solo. C’è una maglia che ha qualcosa in più da raccontare. È una storia fatta di intuizioni e scatti in avanti. Una storia nata oltre 30 anni fa e che, a oggi, continua a far sognare intere generazioni di appassionati.

Belgio, anno 2000. Sotto gli occhi di milioni di tifosi tutto è pronto per l’11° edizione degli Europei di calcio. La nazionale italiana si prepara a dare battaglia, ma non è solo la formazione ad attrarre l’attenzione del pubblico.

Giovanni Bruno (Giornalista Direttore Sky Sport): All’epoca ero a capo di tutta la struttura sportiva della Rai e c'era quel rumore di fondo e quello sconcerto: “Ma come c'è una conferenza stampa sulla maglia azzurra?

Marco Tardelli (Calciatore campione del mondo): Sia come giocatore che come allenatore di maglie ne ho viste un'infinità. E devo dire che questa aveva cambiato l'idea della maglia nel calcio.

Seb White (Direttore rivista Mundial): Era pensata per essere indossata dagli atleti, mentre fino ad allora la maglia da calcio era più che altro per i tifosi.

Carlo Cecchinato (Ex giocatore e direttore FIR): La prima volta che ho visto la maglia Kombat, mai avrei pensato che quella maglia avrebbe ispirato una rivoluzione anche nel mondo del rugby.

Si chiama Kombat, è la maglia dell’atleta moderno. Ma per capire da dove arriva dobbiamo fare un viaggio nel tempo, quando lo sport e la maglia erano molto diversi da oggi.

Giovanni Bruno: La maglia all’inizio era una maglia. Punto. Poteva essere girocollo, poteva essere a v. Poteva essere pseudo-tecnica. Pseudo-tecnica vuol dire che uno si metteva qualcosa sotto perché aveva freddo. La maglia era di lanetta, spesso si infeltriva per il semplice fatto che veniva lavata più volte perché non c’erano tante maglie di ricambio.

Marco Tardelli: erano maglie un pochino diverse, un pochino più pesanti. Quando pioveva ti dovevi portare dietro qualche chilo di troppo. Una volta c’erano un po’ più di difficoltà, anche le scarpe, tutto, l’attrezzatura è cambiata.

All’epoca il calcio si ascoltava alla radio, non si vedeva, se non nello stadio. Una maglia non era che una maglia e i calciatori che la indossavano erano dei semplici sportivi. Ma qualcosa negli anni ’70 comincia a cambiare. Un giovane imprenditore torinese, Maurizio Vitale, avvista prima di altri l’onda che sta per arrivare.

Marco Boglione (Presidente Fondatore di BasicNet): Camminando per New York passammo davanti a un primo negozio che si chiamava “Athlete’s Foot”, che è stato un po’ il propulsore di “Footlocker”. Erano negozietti che vendevano abbigliamento sportivo. Guardavamo questa catena e io dissi a Vitale: “Vedi, secondo me questa è la jeanseria del 2000.

Non è la prima volta che Vitale fiuta il cambiamento. Già nel ’69, ispirato da John Lennon, rivoluzione la storica azienda di famiglia e lancia il marchio Robe di Kappa, giovane e informale, e Jesus Jeans, trasgressivo e anticonformista. Ed ora è pronto a intercettare le nuove tendenze.

Marco Boglione: Era l'anno in cui c'erano i campionati di calcio in Argentina ed esordì Cabrini, e guardando la partita di esordio di Cabrini al Mondiale, Vitale se ne uscì dicendo: “Quello è una rock star”. E, con il sottoscritto come sempre a ruota, si presentò tra i tifosi che aspettavano la Nazionale che tornava a Malpensa.

Antonio Cabrini (Calciatore campione del Mondo): Il Mondiale era finito da un giorno. Anticipando tutti, andò da mio padre dicendo: “Voglio che Antonio faccia parte della mia azienda, voglio contrattualizzarlo”. Cose che in effetti una volta non esistevano.

Marco Tardelli: Vitale l'aveva capito benissimo che c'era un potenziale enorme nel calcio. Infatti io e Cabrini eravamo diventati due testimonial della Robe di Kappa.

Italia, anno 1979. Vitale è sempre più convinto che il futuro dell’abbigliamento sia legato allo sport e ai suoi protagonisti. Per questo decide di associare il suo nuovo marchio a una grande squadra di calcio.

Marco Boglione: Andammo a trovare Boniperti alla Juventus, che era assistito dall'amministratore delegato che si chiamava Giuliano, il dottor Giuliano, e Vitale gli disse: “Voglio sponsorizzare la Juventus”. E Boniperti disse: “Cosa vuol dire sponsorizzare la Juventus?”. “Voglio mettere gli omini della Robe di Kappa sulla maglia della Juventus”. E Boniperti si rivolse a Giuliano e disse: “Ma ci vuole dare dei soldi o vuole dei soldi da noi?”. E Giuliano disse: “No, credo che ci voglia dare dei soldi”.

La sua azienda avrebbe fornito alla squadra le divise, in cambio del marchio impresso sul petto. Il logo Robe di Kappa – poi semplificato in Kappa – finisce sulle maglie di leggende come Zoff, Bettega e Scirea. Contemporaneamente arriva nelle case di milioni di italiani, e non solo...

Giovanni Bruno: È qualcosa di passaggio quasi che ha dello straordinario, incredibile premonitore di qualcosa che è diventato, chiamiamolo così, anche un luogo comune. 

Seb White (Direttore rivista Mundial): La sponsorizzazione nel calcio è estremamente importante: il calcio è lo sport più popolare al mondo, ti permette di raggiungere migliaia, milioni di persone.

Simon Bamber (Amministratore delegato GL Investment Ltd.): Sono sempre stato un tifoso, fin da piccolo, in Inghilterra, e la Juventus è la squadra che ricordo di più.

Antonio Cabrini: Da lì parte anche l'avventura dell'azienda che prende a braccetto la squadra e insieme arrivano a grandissimi risultati.

Marco Tardelli: Era un bene per tutto il calcio, per i giocatori, per le società…

Giovanni Bruno: Perché ha dato il là allo sviluppo nella ricerca del marchio, del logo, da associare a una maglia e fondamentalmente a quel concetto dell'abbigliamento importante per lo sviluppo tecnico.

Seb White: Il fenomeno che si osserva a partire dalla fine degli anni 70, nei brand come Kappa, è proprio la volontà di sponsorizzare le squadre di calcio, per lavorare insieme a loro cercando di migliorare le loro prestazioni sportive

È l’alba di una nuova stagione. Il calcio si trasforma in mercato: aziende, concorrenza, innovazione dominano il segmento. Le maglie scoprono nuovi tessuti sintetici. Gli atleti diventano idoli mondiali. Kappa continua la sua corsa, sempre un passo avanti agli altri. In un bar di New York, su un tovagliolo di carta, Vitale firma una sponsorizzazione da un milione di dollari per accaparrarsi la Nazionale di atletica degli Stati Uniti.

Seb White: È incredibile che il marchio italiano Kappa diventi lo sponsor ufficiale della squadra di atletica americana durante le olimpiadi negli Stati Uniti! Atleti come Carl Lewis, Ed Moses, non solo sono stati i migliori nell'84, ma hanno fatto la storia dell'atletica.

Silvano Stella (Designer): I competitor erano immensi, erano Adidas e Nike, pronti a raccogliere i cocci della nostra azienda.

La sfida è enorme, le aspettative altissime. È vietato sbagliare. Per combattere quei colossi, Vitale tira fuori dal cilindro una delle sue intuizioni geniali. Sposta la competizione su un terreno inedito. E a due mesi dalle Olimpiadi bussa alla porta della Nasa, l'ente spaziale americano.

Silvano Stella: Ci siamo fatti progettare un tessuto che avrebbe protetto gli atleti dai raggi del sole, mantenere la pelle a una certa temperatura. Era uno strumento che aiutava l'atleta a performare meglio.

Giovanni Bruno: Compaiono queste tute nelle atlete americane complete di cappuccio. Vedere una cosa di questo genere era, da un punto di vista estetico: “Oddio, che sta succedendo, cioè... le hanno studiate alla Nasa? Devono andare sulla luna?”. Erano dei siluri nel vento.

Seb White: Può sembrare poco, ma un centesimo di secondo nello sport moderno può fare la differenza.

Silvano Stella: E di colpo tutti i giornali e i giornalisti hanno iniziato a parlare di questi tessuti rivoluzionari. La Kappa ha guadagnato il suo posto d'onore fra le aziende tecniche del mondo.

Ian Todd (ex vice presidente sport marketing Nike): Abbiamo tutti impressa nella memoria la foto di Carl Lewis che indossa la divisa Kappa quando vince la medaglia d'oro di salto in lungo, e nei 100 e 200 metri... sensazionale!

Archivo (Sottotitoli): Da Atene a Los Angeles. Kappa, sponsor ufficiale della squadra Nazionale d'atletica americana

Da quel momento non si torna più indietro, e la divisa dell'atleta diventa sempre più parte integrante della sua performance. Ma questo concetto, semplice e rivoluzionario, non viene assimilato da tutti gli sport. E per la Kappa è ora di vestire una nuova pelle, spostare la sfida e combattere su nuovi terreni di gioco.

Marco Boglione: Le nuove tecnologie sono per definizione nuove possibilità, opportunità di impresa. Dentro la BasicNet c'è proprio una smania, una voglia, un obbligo, uno stress continuo a stare al passo con le tecnologie.

Archivio (Sottotitoli): Flessibilità e velocità sono esattamente ciò che mancherà ai nostri concorrenti nel prossimo futuro

A guidare l'azienda italiana che ha stupito il mondo, c'è oraMarco Boglione. Dopo averla fatta risorgere dalle ceneri di un fallimento, la ridisegna a sua immagine e somiglianza. Lui, nerd ante litteram crea la sua "fully web integrated company": network globale di partner-imprenditori collegati tra loro e con BasicNet grazie alle piattaforme del Gruppo.

Gianluigi Gabetti (Presidente Onorario EXOR Spa): Lui è un uomo che avrebbe potuto condividere molto con Steve Jobs e l'impronta che dà a quell'azienda, secondo me, riflette questa spiritualità innovativa che appartiene a quelli che sono gli innovatori che cambiano la storia

Siamo nel 1999, la Kappa è risorta da pochi anni ma ha già impresso il suo sigillo su squadre del calibro della Juventus, del Milan dei record, del Barcelona. Ma non basta. Per gridare al mondo che Kappa è tornata a lottare, Boglione realizza il sogno di una vita: sponsorizzare la Nazionale Italiana di calcio.

Emanuele Ostini (Kappa Global Brand Manager): Quella maglia aveva tutti i riflettori puntati e doveva passare quell'ultimo ostacolo, da una vecchia generazione di maglie a una nuova generazione.

Seb White: A quel tempo non si pensava a migliorare l'abbigliamento tecnico nel calcio: i giocatori erano semplici giocatori, non si dava importanza alle maglie, o al resto dell'attrezzatura, non era chiaro quali vantaggi potesse portare un abbigliamento più tecnico.

Giovanni Bruno: si correva con questa sballonzolante maglietta sulle spalle che era qualcosa di antiestetico, sono anni assolutamente da dimenticare. Per fortuna si è studiato un concetto, poi più avanti, di vera espressione di tecnicità.

Emanuele Ostini (Kappa Global Brand Manager): Dovevo svoltar pagina (...) in quel momento io ho pensato a una cosa che fin da ragazzino osservavo sempre con fascino e curiosità, che era il mondo del surf. Le maglie da surf sono stretch. La maglia da surf serve per andare in acqua ed ecco che il tessuto da fitness poteva essere un qualcosa e poteva andar bene e allora, in fondo, una maglia da surf con un tessuto da fitness aveva le caratteristiche per stravolgere le vecchie maglie da calcio.

Slim, elastica, leggera, che scolpisce il corpo dell'atleta. In un mondo in cui arrivare un attimo prima o un attimo dopo sulla palla può cambiare le sorti di una partita, anche una maglia può aiutare a fare gol.

Marco Boglione: Noi al giocatore che è in area gli dobbiamo dare 50 cm in più, sia che salti, sia che scappi in avanti. Ma con 50 cm in più chissà quanti goal in più fanno. E questo è stato il combattimento intellettuale per cercare di dargli un fucile più preciso, di dargli una chance in più.

Emanuele Ostini: Era molto più difficile fermare un giocatore e inoltre era molto più visibile dall’arbitro.

Marco Boglione: Stop stopping, la maglia aiutava a non essere fermati in campo. “Arbitro-help: quindi aiutava l'arbitro, perché nel calcio la trattenuta è fallo. E 100% Italia. Quindi via i marchi, dove possibile, da davanti. Ma la bandiera italiana. E basta, è sufficiente.

Giovanni Bruno: Nasce il concetto della maglia personalizzata sul corpo dell’atleta.

Simon Bamber: Il nome stesso non descrive solamente un prodotto, ma soprattutto un'emozione

Marco Boglione: E a un certo punto abbiamo detto: “Come la chiamiamo questa maglia e questa linea?”, e lì è nato Kombat. E poi qualcuno ha detto: “Beh, naturalmente con la K”. E io ho detto: “Naturalmente con la Kappa”.

Emanuele Ostini: Poco prima degli Europei, io mi ricordo vidi un servizio fotografico. C’erano delle maglie ed erano tutte più o meno simili, più o meno, al di là dei colori, delle grafiche, degli emblemi, avevano tutte più o meno la stessa forma. Cadevano allo stesso modo. Ed era evidente che una di queste maglie era diversa dalle altre, ed era la maglia della Nazionale italiana.

Archivio (Sottotitoli): Volevamo innovare l'aspetto tecnico e quindi almeno sperare di contribuire un po' al risultato che – ci auguriamo – sarà straordinario degli Azzurri.

E l'Italia arriverà in finale. E quella maglia così diversa dalle altre lascerà un segno indelebile.

Seb White: E' un grande cambiamento nella maglia da calcio.

Simon Bamber: In Inghilterra era impressionante quanta pubblicità ci fosse e quante discussioni attorno alla Kombat... era un prodotto originale, e dava un aspetto del tutto diverso al giocatore che la indossava... una cosa mai vista prima.

Seb White: E' evidente il cambiamento da allora ad oggi: a quel tempo sembrava una cosa futuristica, mentre oggi tutti la indossano.

Marco Tardelli: I giocatori erano tutti contenti, perché loro erano fisicati, gli piaceva mettere in mostra il loro fisico. Io, insomma, un po' meno a quell'età...

Salvatore Giglio: Diciamo che la Kombat era il dodicesimo giocatore in campo, perché appunto ci faceva fare delle fotografie diverse. Spettacolare anche fotograficamente.

Simon Bamber: Il 2000 è stato un momento fondamentale che è diventato lo standard per ogni calciatore.

Emanuele Ostini: Ecco oggi tutti giocano a calcio con quella maglia, con quella maglia che quel giorno sembrava così strana e progressivamente tutti i brand, uno dopo l'altro, ci hanno effettivamente seguito.

Marco Boglione: A seguito di quel combattimento sia sull'aspetto tecnologico che sull'aspetto stilistico ho ricevuto una bellissima telefonata.

Ian Todd: Nel 2000 ero responsabile marketing di Nike, e stavamo facendo molti sforzi per entrare nel mondo del calcio, cercando di sponsorizzare le nazionali di cacio che avrebbero giocato gli europei e i mondiali del 2002. Allora la nazionale italiana stava cercando uno sponsor tecnico e io ero convinto che per Nike sarebbe stata una grande occasione: l'Italia aveva sempre avuto buoni risultati nei campionati del Mondo, si era sempre distinta... insomma era esattamente quello che stavamo cercando! Alla fine hanno scelto Kappa, che gli ha fornito la maglia Kombat... Così ho chiamato Marco per fargli i complimenti, e gli ho spiegato che con Nike avevamo perso la sponsorizzazione per il semplice fatto che la nuova maglia proposta da Kappa era fantastica: aderente, favoriva le azioni dei giocatori, e i calciatori italiani stavano benissimo quando la indossavano! Ero contento di chiamare Marco, anzi, abbastanza contento, visto che comunque Nike aveva perso la sfida con Kappa!  Alla fine comunque l'ho chiamato e gli ho fatto i complimenti!

La Kombat diventa l'archetipo della divisa del calciatore moderno. Da quel momento nulla sarà come prima, non solo nel calcio.

Emanuele Ostini: Immediatamente abbiamo iniziato a lavorare alla Kombat Rugby e lì è stato – se vogliamo – un cambiamento ancor più epocale.

Marco Boglione: Siccome nel rugby il placcaggio, quindi la trattenuta della maglia, è autorizzata dal regolamento, noi dovevamo evitarla. Quindi abbiamo detto: “Facciamo una maglia che sia impossibile da placcare”.

Carlo Checchinato (Ex giocatore e direttore FIR): La maglia precedente era una maglia molto larga dove potevi facilmente prendere l'avversario. Immagina: corri dietro a uno, lo prendi per la maglia che è larga e svolazzante, lo puoi intercettare e lo puoi fermare. Con una maglia molto più aderente in figura questo diventa molto difficile.

Simon Bamber: Non ci sono mai stati prodotti simili nel rugby: in questo sport storicamente si è sempre giocato con una semplice polo in jersey

Carlo Checchinato: In un mondo molto statico come quello del rugby è stata sicuramente un'innovazione e una rivoluzione.

Marco Boglione: Oggi non c'è più una squadra al mondo che giochi ancora con la vecchia maglia.

Sono passati quasi 20 anni dalla prima apparizione della Kombat, 100 dalla nascita dell'azienda che ha saputo sempre cambiare pelle, stare al passo con i tempi, innovare il mondo dell'abbigliamento e dello sport. E oggi la Kombat e` diventata sinonimo di calcio, ma anche di rugby, di scherma, di sci e di molti altri sport. La maglia non e` più` una maglia. E` uno spirito che inebria chi la indossa e che deriva dalla passione di chi l’ha ideata.

Matteo Marsaglia (Sciatore atleta FISI): Ogni volta che arriviamo al cancelletto siamo felici di indossare la KOMBAT perché sappiamo che qualche piccolo centesimo che in tutta la gara può farci guadagnare ce lo farà sicuramente guadagnare.

Diana Luna (Golfista professionista FIG): Durante la rotazione c'è tutta un'altra libertà di movimento.

Christian Maggio (Giocatore Napoli F.C.): E anche se magari qualche avversario me la tirava sono sempre riuscito a dileguarmi nel miglior modo possibile.

Simon Bamber: Ora è impossibile vedere una squadra con una maglia diversa dalla kombat, non solo nel Regno Unito, ma in tutto il mondo.

Seb White: Ora vediamo che la maglia aderente, l'abbigliamento tecnico, non è più relegato solo al mondo dello sport, ma fa parte della moda, dell'abbigliamento di tutti i giorni.

Silvano Stella: Questa maglia Kombat credo che sia un po’ l'icona di questa capacità di buttare il cuore oltre l'ostacolo.

Ian Todd: Credo che Kappa sia stata davvero vicina ai più grandi sportivi degli ultimi 50 anni, porta con se una grande eredità e credo che sia un bene che l'azienda tutt'oggi continui a competere con i colossi del settore dell'abbigliamento sportivo.  

Marco Boglione: Noi possiamo essere bravi, intelligenti, simpatici, divertenti, usare le tecnologie; ma non bisogna mai dimenticarsi che è una battaglia. Kombat potrebbe essere proprio un po' la sintesi della BasicNet. Nel nome ci sta proprio un pezzo del nostro DNA. Noi combattiamo.

 



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