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Photo gallery: storia per immagini del Maglificio Calzificio Torinese
BasicPress.com 01/11/2016 


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I primi 100 anni di BasicNet – nata un secolo fa come Maglificio Calzificio Torinese – sono un’epopea di capitani coraggiosi e cominciano, come spesso accade, con una storia d’amore. Il giovane Abramo Vitale, innamorato di una donna cattolica e deciso a sposarla, viene costretto dal padre Davide, un commerciante ebreo di stoffe, a scegliere tra l’azienda di famiglia e la moglie. Accetta la sua porzione di liquidazione in vita e si sposa. Il 12 novembre 1916 costituisce con due amici la Società Anonima “Calzificio Torinese”. La sede è una cascina alle porte della città, un’area rurale appena fuori Torino, al di là del piccolo fiume Dora, niente a che vedere con il Po che – imponente – divide il cuore della città dalla sua ricca ed elegante collina.

Abramo ha avviato un commercio di filati. Ma la crisi della Grande Guerra ha mescolato le carte. I clienti insolventi lo hanno rimborsato come hanno potuto: cedendogli i propri macchinari per tessere il cotone. Il 1° gennaio 1917 l’azienda inizia a produrre calze. Si è aggiudicata le commesse per il Regio Esercito Italiano. L’avventura imprenditoriale è cominciata.

Nel 1938 Davide Vitale, nipote di Abramo, diventa amministratore del Calzificio Torinese. Inizia a produrre anche maglieria intima, lo stabilimento cresce. Con lo scoppio del secondo conflitto, la domanda aumenta e gli affari vanno a gonfie vele. Ma il 13 luglio 1943 le Forze Alleate bombardano la fabbrica, che è rasa al suolo. Quel giorno, in città, muoiono 861 persone. In due mesi di raid aerei, a Torino sono colpiti 408 stabilimenti industriali.

Nel 1951, anche grazie ai dollari del Piano Marshall, sulle ceneri del vecchio stabilimento è inaugurata una nuova, modernissima sede, con fabbrica e uffici. Del passato resta solo la cascina di Abramo Vitale: una memoria in fondo al cortile. Ormai le calze e le maglie della salute non vestono più l’esercito, ma gli italiani. Nel Dopoguerra, il business si è spostato sul mercato di largo consumo. Ma nel 1956 (incidentalmente, lo stesso anno di nascita di Marco Boglione; quasi un destino) si verifica un errore di produzione e uno stock di calze fallato finisce nei negozi. I clienti restituiscono la merce. I negozianti sono insoddisfatti, i prodotti del Maglificio Calzificio Torinese rischiano di perdere credibilità. Davide Vitale, il secondo “capitano coraggioso” di questa epopea, ha un’idea: etichetta le nuove produzioni con la dicitura Kontroll, alla tedesca, con una K stampigliata a mo’ di timbro sulle confezioni. Funziona. Arrivano nuovi ordini, tanti. Tutti specificano: vogliamo le calze, ma quelle con la K. È nato il marchio Kappa.

Davide Vitale muore. E Maurizio, il secondogenito, diventa amministratore delegato del Maglificio Calzificio Torinese. Ha pochi anni – appena 23 – ma è un viaggiatore e un visionario. L’azienda va malissimo. Decine di magliette della salute giacciono invendute nei magazzini. Un giorno, a Parigi, Maurizio vede John Lennon in tivù. Indossa la camicia militare di un caduto in Vietnam. Pensa: “Se la mette John Lennon, tutti i ragazzi del mondo la vorranno”. È il 1968 e i movimenti giovanili stanno cambiando per sempre il modo di vestire dei ragazzi. Maurizio Vitale – e con lui i “capitani coraggiosi” salgono a tre; quattro se contiamo il presidente Giuseppe Lattes, inossidabile e saldo al timone del MCT fin dai tempi del Dopoguerra – fa tingere di verde le magliette della salute. Ci fa cucire sopra gradi militari e stellette. Inonda il mercato. Gli ordini crescono. L’azienda è salva. Un giorno l’anziano dottor Lattes gli chiede, alla piemontese: “E queste robe qui come le chiamiamo?”. “Robe?” risponde Maurizio Vitale. “Allora chiamiamole Robe di Kappa”.

Nel 1971 Maurizio Vitale è a New York con Oliviero Toscani, suo caro amico e giovanissimo fotografo, ben introdotto nella cricca della Factory di Andy Warhol. Stanno attraversando Central Park. È pieno di ragazzi in blue jeans. Maurizio e Oliviero osservano i loro coetanei e decidono: bisogna produrre jeans anche in Italia. Poco dopo stanno già discutendo il nome per il nuovo marchio. Sulla Broadway, un cartellone annuncia il musical “Jesus Christ Superstar”. Vitale chiede: “Come li chiamiamo questi jeans?”. Toscani risponde: “Chiamiamoli Jesus”. E Maurizio: “Mi piace. Ma perché?”. E l’amico: “Perché è un bel nome. E poi, lo conoscono già in tanti”.

Nel dicembre 1976 un giovanissimo Marco Boglione, studente al Politecnico con la passione per la fotografia, si trova a Sestriere. E qui – sulle piste da sci – conosce Maurizio Vitale, che intuisce per lui una strada diversa da quella che lo porta ogni mattina al Politecnico. Lo assume al reparto tessitura del MCT, al turno di notte. Marco Boglione abbandona l’università, fa rapidamente carriera e a 25 anni è nominato direttore commerciale e marketing. È lui a capire – in anticipo sui tempi – che i giovani non vogliono più il jeans e l’unisex. È lui che suggerisce a Vitale che il nuovo trend mondiale si chiama “Mister Sport”. Maurizio Vitale lo ascolta. Nasce la divisione sportiva dell’azienda con il nome Robe di Kappa Sport, subito semplificato in Kappa. Il vecchio marchio nato nel 1956, d’altronde, per l’intimo non serve più.

L’intuizione ha un successo tale che, dopo aver sponsorizzato la Juventus (prima squadra in Italia ad apporre un logo di abbigliamento sulla propria maglia da calcio), nel 1980 Kappa diventa sponsor della Nazionale di Atletica Usa, che veste sia alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 sia a quelle di Seul 1988. Ma a questo punto Maurizio Vitale non c’è più. Muore nel 1987, stroncato poco più che 40enne da una malattia. Sette anni dopo, nonostante la coraggiosa opera di suo fratello Edoardo, l’azienda fa bancarotta. A rilevarne i marchi e l’immobile all’asta del 28 ottobre 1994 è proprio Marco Boglione, che nel 1985 si era messo in proprio su consiglio dello stesso Vitale. Ormai malato, gli aveva detto: “La mia azienda non mi sopravvivrà, e tu non sei mai stato un manager ma un imprenditore”.

Ed ecco l’ultimo “capitano coraggioso” di questa epopea lunga un secolo. Marco Boglione, oggi 60 anni come il brand Kappa che ha ormai rilanciato in tutto il mondo, appena 39enne e contro ogni buon consiglio acquisisce l’azienda fallita, i suoi marchi Kappa, Robe di Kappa, Jesus Jeans e i 26mila metri quadrati della vecchia fabbrica torinese, oggi BasicVillage: un luogo di lavoro, residenza e tempo libero che è anche il quartier generale del Gruppo torinese, oltre che il posto in cui abita il suo presidente. È l’ultima rivoluzione, di cui il nuovo nome – BasicNet – ne è la dichiarazione d’intenti: un network di imprenditori indipendenti collegati tra loro e con la capogruppo attraverso Internet. Sono gli imprenditori che, su licenza, producono e commercializzano nel mondo le collezioni disegnate e industrializzate dalla capogruppo, proprietaria dei marchi e primo marketplace nella storia della Rete, con la sua piattaforma e i suoi software proprietari.

Il resto è storia recente: nel 1999 BasicNet è quotata alla Borsa italiana; nel 2004 acquisisce il marchio K-Way, che rilancia nel mondo; nel 2007 quello Superga, altro successo globale. Nel 2010 è la volta del brand Sabelt. Nel marzo 2016 arriva la licenza mondiale esclusiva dei prodotti Briko. Oggi le collezioni a marchi del Gruppo BasicNet sono presenti in 120 Paesi del mondo, con vendite aggregate a livello retail per oltre 1 miliardo di dollari l’anno. La cavalcata selvaggia continua.



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